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Notizie

26/27/28/29 Agosto 2021

UGO MARANO | EGO SUM LIBER, a dieci anni dalla scomparsa, i familiari, la Regione Campania, la Scabec, la Cactus filmproduzioni, l’associazione “a luna & o sole” in collaborazione con i Comuni di Salerno, Cetara e Pellezzano, presentano tre appuntamenti per raccontare, ricordare e valorizzare l'eclettica figura dell'artista. L’evento programmato e finanziato dalla Regione Campania, attraverso la Scabec, vuole recuperare lo spirito della partecipazione, nota distintiva dell'artista riconosciuta da tutti, che si esprimeva in particolare nel mese di agosto di ogni anno, quando soleva organizzare nel suo laboratorio di Capriglia “La festa delle idee”, occasione più unica che rara di gioia e di incontro, “il suo laboratorio era aperto a tutti, chiunque poteva entrare nelle stanze e lavorare, scambiare idee, osservare, tanto l’uomo della strada che il grande artista” (Stefania Marano). Il progetto evento “UGO MARANO | EGO SUM LIBER” si suddivide in tre momenti fondamentali da agosto a dicembre 2021, in tre luoghi a lui cari: Salerno, Cetara e Pellezzano

LA FESTA
Ad agosto “La festa delle idee” promuove due reading musicali in quattro serate: il primo dal titolo “Utopie” (26 e 28 agosto) letto dal poeta e attore Giuseppe Boy, con gli ambienti sonori dei musicisti elettronici, Anacleto Vitolo e Luca Buoninfante, in particolare con una raccolta di suoni generati dalle sue opere ceramiche. Il secondo reading (27 e 29 agosto) dal titolo “Narrazioni” letto dagli attori Carla Avarista e Marco Villani con le incursioni sonore del Maestro Giosi Cincotti. Accompagnerà le performances una video proiezione dedicata al mondo immaginifico grafico dell’artista, realizzata per l’occasione da Licio Esposito e Paola Vacca | Cactus film e introdurrà i reading la storico dell'arte Cristina Tafuri.
26-27-28-29 Agosto 2021 | ore 21:00 | Salerno, slargo Tempio di Pomona

IL FILM “UGO MARANO, EGO SUM LIBER”
Ad ottobre la proiezione del film “Ugo Marano – Ego sum liber”. Un film che racconta l’artista attraverso il fluire delle emozioni evocate dalle sue opere, i suoi luoghi, i suoi pensieri e dai ricordi della sua musa ispiratrice, la moglie Stefania Mazzola.
15 ottobre ore 18:00 | Comune di Salerno Sala del Gonfalone 16 ottobre ore 18:00 | Comune di Cetara Sala Mario Benincasa 18 ottobre ore 18:00 | Pellezzano Cinema Teatro Charlot

LA PUBBLICAZIONE
A dicembre la presentazione di un diario/libro dell’artista Marano, una sorta di racconto in forma di frammenti emozionali che l'artista negli anni ha lasciato dietro di sé, tracce, impronte di un passaggio, dirette a un futuro di condivisione.
27 dicembre ore 17:00 | Comune di Salerno Sala del Gonfalone 28 dicembre ore 17:00 | Cetara Torre Vicereale 29 dicembre ore 17:00 | Comune di Pellezzano Sala Consiliare

OPLA’, NOI VIVIAMO
E’ il titolo di un testo teatrale di Ernst Toller che descrive gli anni, per così dire positivi, gli anni di ascesa della parabola storica della Germania della Repubblica di Weimar, nonostante la spaventosa tragedia dell’inflazione, nonostante le sofferenze morali e materiali, le ricorrenti crisi politiche, lo squilibrio generale. La lunga carriera artistica di Ugo Marano, dalla fine degli anni sessanta al primo decennio del duemila, ha attraversato tutto quello che i protagonisti hanno vissuto nell’opera teatrale di Toller.
Ma oplà, io vivo griderebbe ancora Ugo Marano. Tutta la sua carriera è stata un allargamento continuo di interessi, egli intende l’arte, come scrive Croce, non concepita come un ideale razionale, come il desiderio di tendere faticosamente ad una perfezione intellettuale, ma come uno stadio della storia ideale dell’umanità, come un modo di espressione prelogica, come qualcosa di necessario, di inevitabile e d’organico.
Marano è cosciente dell’importanza del fattore estetico inerente alla funzionalità delle forme dell’arte, dell’arte applicata e popolare, ma non nasconde che, prima di essere una causa, l’arte è un effetto sociale. La sua arte conserva l’innocenza del bambino, dato che come cessiamo di essere bambini, siamo subito morti. La sua operazione artistica è un ritorno all’intuizione, alla sensibilità, a quella visione ingenua che, tutto preso dagli interessi pratici, l’uomo ha sacrificato ad una mentalità estremamente razionale. Il suo corollario è la raccomandazione di coltivare i doni intuitivi con l’esercizio e col gusto estetico, per evitare l’atrofia della sensibilità causata da un intellettualismo e meccanicismo eccessivi, e cioè per sfuggire a una deformazione psicologica. Il suo vitalismo onnivoro, che lo porta a sperimentare diversi generi artistici, dal mosaico, alla scultura, dalla pittura alla ceramica, alla performance, dimostra come l’immaginazione crea, e come ammetteva Hegel, l’arte non si occupa di pensieri, ma delle reali forme esteriori di ciò che esiste, con la materia grezza della natura. Tutta la sua opera è un’opera di sintesi e di interpretazione, la sua dote naturale è posta nella capacità di essere stata felicemente ispirata da una certa atmosfera intellettuale e spirituale.
L’opera di Ugo Marano è giunta a una piena realizzazione formale, poiché l’humus più favorevole al germinare e allo svilupparsi del suo linguaggio è proprio quello della tradizione della sua terra, e nello stesso tempo ha proposto un più diretto rapporto con i problemi della realtà contemporanea, elaborando in forme originali diverse sollecitazioni stilistiche, sia rilevate per esperienza diretta nelle opere degli artisti contemporanei da lui conosciuti, sia derivate da suggestioni dello stile romanico, e gotico, dalla plastica africana e dal folclore. La sorgente della sua creatività nasce, come abbiamo detto, dall’esperienza emozionale e spirituale della realtà, i cui mezzi consistono nella forte accentuazione cromatica, nella incisività del segno, oltre all’impiego della materia usata nella sua “bruttura”. Inoltre Marano si muove dall’intento di recuperare una semplicità primitiva, trovando i suoi temi dapprima in una sorta di condizione “naturale “dell’uomo, e poi affrontando contenuti legati alla realtà urbana e politica. Ecco perché il suo linguaggio, assai più che un mezzo, è qualcosa di simile a un essere, e proprio per questo riesce così bene a renderci presente qualcosa. Marano ha sempre operato all’affinamento della propria opera all’unico scopo di soddisfare quel suo prepotente desiderio di rendere. attraverso il disegno, il colore, la forma, quella sua immaginativa. Tutta la sua attività ha sempre rivelato un ricercatore attento alla metamorfosi del suo tempo, ma lontano dalle sollecitazioni delle mode effimere. Basandosi sullo studio delle possibilità di combinazioni di diversi materiali, Marano stabilisce un rapporto di forme che in un primo momento si contrastano per giungere a una sintesi di valori, creando un’alleanza tra natura e ingegno. Marano ci riconduce sempre allo spazio della coscienza, dove si incontrano concetto etico e formulazione di storicità, trasposto dal comune denominatore della sua sapienza visiva.
Ecco perché più che parlare dell’opera di Ugo Marano, bisognerebbe parlare di Ugo Marano come opera. Una figura mitologica, Poseidone di Capo Artemisio, dominatore del mare con cui l’artista ha sempre tessuto e cucito parole come reti dei marinai, lui trascinava emozione, stupore, l’incanto di lavorare in una terra che fu un tempo felice, prima che altri la distruggessero con il cemento. Ed era questo il sogno della sua vita, far risplendere con l’arte la maestosità di luoghi, far riemergere la natura riprendendo i materiali della terra, dialogando con visioni stellari quando riemergono dal mare blu della sua costa. Marano amava le parole, le parole che diventavano sostanza, pietra, ferro, argilla, le parole che si staccavano dalla sintassi, dal referente, per essere riferite, per reclamare quella libertà soffocata da pagine stereotipate. La parola che diventava suono per evocare i lamenti dell’anima, o la gioia di sentirsi parte di questa terra, essere egli stesso materia, un totem rappresentato dai suoi grandi vasi, una sorta di battaglia ingaggiata con quella materia così duttile, che rispondeva ai comandi delle mani. E in quella materia Marano si ritraeva, in una danza in cui corpo e spazio diventavano una sola cosa. Fino a perdersi ….

CRISTINA TAFURI

11 Giugno 2021

Nell’ambito del progetto "Salerno Musei in rete", sostenuto dalla Regione Campania con D.D. 42 del 25.09.2020, curato da Mediateur e fortemente voluto dall' Assessorato alla Cultura, verrà presentato “Lo spazio dell’utopia di Ugo Marano, il museo città creativa di Ogliara”. Dall’11 al 27 giugno potremo ammirare alcune opere in mostra, una video produzione e una performance dell’associazione Campania danza, per riprendere, partendo dal sogno dell’artista che va recuperato e condiviso, le attività presso il Museo Città Creativa a Salerno.

La prima opera: le “SIGNORE SEDIE”, 100 sedioline in terracotta che Ugo Marano progettò per essere poste in circolo a formare una Piazza, uno spazio aperto al dialogo, all’incontro. Esse sono “un’escrescenza di terra e natura, a forma di corpo, piccola architettura, contenuta nell’architettura madre, riproduzione infedele di una figura di persona” (Ugo Marano), e rappresentano l’uomo come singolo e come insieme necessario di individui, la metafora di una comunità ritrovata, di un’umanità raccolta finalmente per un progetto comune di bellezza.

La seconda opera è la sedia in ferro dal titolo, “EVVIVA”, un pezzo unico che rappresenta un inno alla vita, le braccia alzate al cielo come gesto di gioia e speranza che l’artista invia a tutti noi. Sono opere nate a partire dal 1981, dopo il terremoto, un momento così difficile, e che ritrovano significato oggi per una umanità che deve costruire speranza e futuro per le generazioni che verranno.

Il video proposto si compone di tre capitoli, di cui due in animazione. Il primo dal titolo “Animamarano” incentrato sul dar vita e anima ad una piccola parte dello sterminato bestiario grafico realizzato negli anni dall'artista Ugo Marano. I personaggi disegnati si fondono tra di loro per essere presenza fisica e custodi del testo scritto dallo stesso Marano che ci racconta in sintesi e con ironia il suo percorso artistico. Il secondo video animato dal titolo “Verticale con sedia” presenta l'artista performer nell'atto di eseguire una verticale all'interno dell'arco creato dalla “Sedia del pensiero”. La base audio diffusa nello spazio espositivo è il suono del mare di Cetara, elemento fondante e immaginifico dell'esistenza dell'artista, suono catturato nel punto esatto della spiaggetta del Lannio dove l'artista e la sua musa ispiratrice Stefania Mazzola solevano bagnarsi. Il terzo video è un montaggio/cut-up di immagini e parole che raccontano in un veloce susseguirsi la presenza dell'artista nelle varie occasioni succedutesi in questi anni. Una scansione di frammenti di immagini e suoni come tessere di un mosaico senza tempo e senso cronologico che ci permettono di incontrare e perdere e ritrovare l'artista. Una opera di memoria concreta, utile a chi non ha avuto la fortuna di abbracciarlo e ascoltare il suo grande cuore. Tutti i frammenti video sono tratti dall’archivio della famiglia Marano.

Il progetto è stato fortemente voluto dall’amministrazione comunale, in particolare dall’assessore Willburger e dal vicesindaco Di Maio, amici ed estimatori dell’artista, con l’organizzazione della famiglia Marano e dalla Cactus filmproduzioni. “Condividere dovrà essere la parola d’ordine, anche perché questo è il messaggio che Ugo Marano ci ha lasciato. Non è semplice, non lo è mai stato. E forse non lo sarà. Ma se si lavora seguendo il tracciato inesplorato di Ugo Marano credo che sia possibile” queste le parole dell’assessore Willburger.

“Accogliere di nuovo l’opera e il progetto di Marano negli spazi del Museo Città Creativa – scrive la professoressa Stefania Zuliani - significa tornare, con occhi nuovi e ancora più attenti, a guardare allo spazio del museo non come ad una vetrina di lusso o un deposito di illustri memorie ma come ad un processo, un necessario luogo di cura – di oggetti, di storie, soprattutto di persone – in grado di agire dentro e fuori le sue privilegiate stanze. Il museo vivo, scriveva Marano, è certo un edificio, una torre e una fabbrica, in cui le cose si creano, si mostrano, si discutono, ma è anche, e forse soprattutto, il nucleo vitale di ricerche che si muovono oltre il recinto protetto dell’istituzione, che si espandono nell’aperto della vita per disperdersi, senza smarrirsi, tra le strade e le piazze, nelle case e nei gesti delle persone”.

Presente al vernissage la moglie di Ugo Marano, Stefania: “Ugo immaginò un luogo dedicato all’incontro, nel quale si potessero valorizzare il mestiere dell’arte della ceramica, un museo vivo, attivo e propositivo, indispensabile in un territorio legato storicamente alla lavorazione dell’argilla, con un’alta concentrazione di fornaci e di artigiani, argilla che lui ha usato per così tanti anni. La Valle delle Rane, come Ugo l’aveva denominata per il loro gracidare, è la valle dove è ubicata la fabbrica De Martino, e in questo luogo, a suo parere, negli incavi dove si scava l’argilla, pieni d’acqua per la pioggia, le rane ritroveranno sempre il loro habitat.

A dieci anni dalla scomparsa, oltre alla mostra al Museo Città Creativa, sarà lanciato sul web il sito ufficiale Ugo Marano, ego sum liber; ad agosto sono previste quattro serate di reading musicali dedicati alla lettura dei testi scritti dall’artista, filosofiche utopie e pensieri sparsi. A ottobre il film, un documento poetico sulla figura del poliedrico artista, un viaggio intimo ed emozionale attraverso i racconti della sua musa ispiratrice Stefania Mazzola. A dicembre un libro di scritti, progetti, disegni e fotografie una sorta di diario personale.

Chiudiamo con una citazione dell’artista, con l’auspicio che il Museo Vivo rinasca ogni giorno in ognuno di noi, perché “dobbiamo perseguire la felicità quotidiana aprendo “tante fabbriche del pensiero/ alcune analitiche/ come re-identificazione dei luoghi/o delle identità da far nascere una seconda volta/ altre di provocazione dei linguaggi nuovi/con lo scopo primario/ della crescita collettiva da esprimere insieme. Perché “La città senza arte è luogo triste, innaturale, improduttivo, senza storia”.